Lamentare: v. tr. Trarre da qualcosa motivo di dolore, insoddisfazione e simili. – dal dizionario “lo Zingarelli minore”
Questo è il significato del verbo lamentare. A cosa serve allora lamentarsi? A cosa serve trarre da qualcosa o qualcuno motivo di dolore e insoddisfazione? Non è forse più piacevole trarre da qualcosa motivo di gioia e felicità? Avere un motivo per cui soffrire è la condizione necessaria per poter soffrire, se non troviamo un motivo, una giustificazione alla nostra sofferenza non possiamo concederci di soffrire. Ma chi è che vuole veramente soffrire? E’ interessante accorgersi che non si vuole soffrire ma ci si lamenta, come è possibile allora raggiungere entrambi gli obiettivi contemporaneamente? Come è possibile non soffrire e allo stesso tempo impegnarsi a scovare da ciò che ci circonda un motivo di dolore? Curioso vero?
Ogni episodio, ogni accadimento ha sempre due facce, una positiva e l’altra negativa. Negativa non inteso come qualcosa di brutto o di spiacevole, ma come il negativo di una fotografia, come l’altra faccia della medaglia. Una volta appurato questo, la dualità della lettura degli episodi, non è forse più piacevole cercare e cogliere il lato positivo dell’episodio?
All’inizio può risultare un po’ difficile cogliere il positivo delle cose, degli episodi, soprattutto per chi è diventato uno specialista nel coglierne il negativo, per coglierne sempre il motivo di sofferenza ma con un po’ di allenamento anche questa qualità si svilupperà così come si era sviluppata quella di cogliere il lato negativo delle cose, basta solo provarci e sforzarsi un po’.
Un esercizio utilissimo che porta a un vero cambiamento interiore col tempo è quello di cominciare a sforzarsi di smettere di lamentarsi. All’inizio vi accorgerete di come i pensieri “negativi” continuino a nascere ugualmente nella vostra mente, ma se voi non li accettate e non date voce a questi pensieri, chiedendo alla vostra mente di darvi il prossimo pensiero “positivo” questa volta, vi accorgerete come con il tempo la vostra mente smetterà di proporvi sempre i soliti pensieri “negativi” che in passato vi hanno tenuto occupati a lungo. La vostra mente in realtà vi proponeva sempre e solo quei pensieri poiché sapeva che erano quelli che più vi “piacevano”. Se voi comincerete ad apprezzare altro, la vostra mente non tarderà ad accontentarvi fornendovi sempre più spesso una lettura “positiva” degli eventi.
Provate e se volete condividete nei commenti le impressioni e la vostra esperienza, sarà un piacere per me leggere le vostre condivisioni.
Una fonte di tristezza è il costante conflitto mentale tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere – (J. Krishnamurti)
Un piatto di lenticchie con poco sale. E’ da qui che è ho avuto una piccola “scoperta”. Una scoperta che ho avuto modo di sentire più in profondità del mio essere rispetto al passato. Mi fa sorridere pensare che tutto questo sia avvenuto grazie a un semplicissimo e banalissimo piatto di lenticchie. Ti racconto come è successo.
Avevo fatto un giorno di digiuno, mangio poi qualche frutto a colazione e a pranzo decido di farmi un piatto di lenticchie con una cipolla, un po’ d’olio e sale. Ebbene, ho messo poco sale, un po’ troppo poco rispetto a quello che solitamente metto, rispetto “ai miei gusti“. Senza volerlo. Pronto il piatto, inizio a mangiare. Osservo subito come avessi sbagliato a regolarmi con il sale e ne avessi messo troppo poco. La mia mente subito confronta quello che stavo mangiando con quello che si sarebbe aspettato, con quello che già conosceva come piatto di lenticchie con una “giusta” quantità di sale, con come avrebbe potuto essere e invece era. Mi accorgo e sento come la mente stava disturbando il momento presente, l’unico momento che esiste. Tutto questo stava disturbandomi, portandomi a non vedere e sentire ciò che avevo in quel momento di fronte a me, facendomi entrare in un ciclo di pensieri di delusione, di lamentela con me stesso che a tutto avrebbero portato tranne che a poter cogliere qualcosa di buono nel momento presente qualora ci fosse stato, tranne che a poter vivere l’unica cosa reale di quel momento. Era come se in un istante fossi piombato altrove e dimenticando il mio piatto di lenticchie e a quanto l’avessi aspettato e desiderato mentre lo cucinavo.
Mi accorgo di tutto questo e decido di provare a fare uno sforzo, a concentrare quanto più possibile la mia mente sul sapore delle lenticchie che stavo mangiando, sullo scoprire il loro sapore reale e senza pensare a come fossero diverse rispetto a quelle che “conoscevo”, ma focalizzandomi su cosa e come realmente fossero. Cerco di assaporare ogni piccolissimo boccone, di andare a fondo, sempre più a fondo, nel sentire ogni piccola vibrazione dentro me stesso, ogni sfumatura di gusto che quelle lenticchie mi davano. Mi sforzo con tutto me stesso di tenere la mia mente fissa sul palato, sul gusto che percepivo, come se null’altro esistesse. Scopro così un sapore nuovo, mai sentito prima in vita mia. Stavo mangiando qualcosa di buonissimo, di nuovo, di mai mangiato. La mente non era più nel confronto, ma era lì e anche il mio sentire era lì. Finisco il piatto di lenticchie sempre mantenendo la massima concentrazione di cui fossi capace, riprendendo la mente in quegli istanti che provava a ragionare, ad andare altrove, a fare dialoghi interiori, riportandola con forza nell’istante presente. Ebbene è stato il piatto di lenticchie più buono che abbia mai mangiato in vita mia.
Mi ritorna in mente questa simpatica storia di Diogene proprio sulle lenticchie.
Il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie.
Lo vide il filosofo Aristippo che viveva nell’agiatezza adulando il re.
Aristippo disse: “Se tu imparassi ad essere ossequioso con il re non dovresti vivere di robaccia come le lenticchie“.
Rispose Diogene: “Se tu avessi imparato a vivere di lenticchie non dovresti adulare il re“.
Impariamo quindi a mangiare le lenticchie e impariamo anche a “mangiare” un po’ di più il presente, il presente è più “buono” di quanto possiamo immaginare, a volte basta solo sforzarsi di esserci per accorgersene, per sentire cosa realmente c’è nel presente, per accorgersi della bellezza di ogni inspirazione, di quanta energia ci dà, di ogni espirazione, di come ci rilassa, ci distende, di come vengono scaricate le tensioni con essa, di ogni battito del cuore, dei colori che ci circondano, della pausa senza respiro tra l’inspirazione e l’espirazione e viceversa, della pace che si trova in quell’istante, degli odori, dei suoni della natura, del suono di una voce di una persona cara, di un sguardo della persona amata, di un sorriso, di un saluto, di un sapore…in una parola, della vita.
Io so che in me, cioè nella mia carne non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? - (Romani 7,18-24)
Paolo in questo testo della Bibbia attraverso la sua esperienza, ci dà un’idea di ciò che accade in ognuno di noi, del conflitto interiore, conflitto che deve essere necessariamente di qualcuno contro qualcun’altro. Chi è quell’”Io” che vuole fare del bene? E chi è invece colui che si oppone?
Come ho già accennato nel post La Libertà (II) all’interno di ognuno di noi ci sono una moltitudine di “io” e c’è anche un nostro vero “Io” centrale, permanente. Sicuramente anche qualcuno degli “io” della nostra macchina biologica vorrà fare del bene, perché magari l’ha letto in qualche libro e se n’è convinto e meccanicamente (attenzione), anche loro potrebbero spingerci in questa direzione in qualche momento della giornata, e in quei momenti ci potremmo ritrovare a fare del bene “dormendo“, senza vegliare come ci ammoniva invece Gesù. Non è quindi quella del sonno la strada, quella della meccanicità. Poi ci sono altri “io” che la pensano diversamente, diversamente dagli “io” che meccanicamente vogliono fare del bene e diversamente da quella che è la nostra spinta del nostro intimo di fare del bene. A seconda dell’”io” che si trova momentaneamente “al governo” della nostra macchina biologica, scaturiscono delle azioni, delle “decisioni”. C’è però un “Io” permanente, animico, che si trova nel nostro intimo, con il quale dobbiamo identificarci, poiché quello è il nostro vero “Io”, che sa esattamente cosa vuole, che vuole stare bene, vuole che tutti stiano bene, vuole stare in uno stato di innamoramento eterno ed incondizionato, in una parola, vuole essere felice. Un “Io” che non è temporaneo, che non muore dopo qualche minuto, quando subentra un altro “io”, è un “Io” che nel nostro intimo, nel profondo, c’è sempre, è sempre vivo, è eterno. Questo “Io” è un centro di gravità permanente con cui ci dobbiamo andare a reidentificare nei primi passi del percorso spirituale. E’ proprio come quello cercato da Battiato, “un centro di gravità permanente non ci faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente”. Anche Giacomo, nella Bibbia, lascia intendere quale sia uno dei passi preliminari verso la Conoscenza, la Sapienza quando parla ammonendoci, di “un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni“.
Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento; e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni. – (Giacomo 1,5-8)
Ma torniamo alla alla libertà: dov’è la nostra libertà quando ci troviamo a compiere qualcosa che non vogliamo?
Siamo ben consapevoli di questa schiavitù?
Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: diventerete liberi?”. Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”. – Gio 8,31-36
No. A meno che non abbiamo provato a forzare le sbarre della gabbia, non siamo affatto consapevoli di essere in prigione, una prigione psichica, non certo fisica. Non ne possiamo essere consapevoli nel momento in cui ci andiamo ogni volta ad identificare con uno dei nostri innumerevoli falsi “io” credendo di essere loro, “io” che ci spingono a fare una cosa o un’altra, “io” che possono muoverci oggi verso un obiettivo, domani verso un altro, o peggio ancora, adesso verso un obiettivo e fra qualche minuto verso un altro del tutto diverso o perfino diametralmente opposto. Pensiamo ad esempio al caso in cui un nostro “io”, momentaneamente “al governo” del nostro corpo vuole il bene di una persona, sentiamo amore verso di lei, vorremmo veramente la sua felicità, poi immaginiamo che questa ci dica qualcosa o ci insulti e proviamo a immaginare quale “io” immediatamente passi al governo del nostro corpo scacciando via quello precedente e che pensieri fa avere questo “io” al nostro corpo. Dietro ai nostri innumerevoli “io” si nasconde qualcosa o qualcuno che è al di fuori del nostro controllo e che si oppone a noi, al nostro vero “Io” ed alla sua volontà.
Gesù nel suo messaggio parlava di Verità e Libertà. Da notare il termine usato da alcune religioni orientali per indicare l’obiettivo finale del lavoro spirituale: Liberazione.
Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo – (G. W. Goethe)
Come abbiamo visto, anche Gesù parlava di liberazione, della liberazione dal peccato, una liberazione da qualcosa o qualcuno che abbiamo dentro come diceva Paolo, nel nostro corpo, nelle nostre membra, e questo qualcosa o qualcuno, finché è in noi ci rende schiavi. Una liberazione da qualcosa o qualcuno che non è facile da osservare e riconoscere. Una liberazione da qualcosa o qualcuno che crediamo di essere noi. E’ proprio questo uno dei principali ostacoli/illusioni iniziali che impedisce di muoversi verso la libertà: l’identificazione con “il peccato che abita in me“.
Cos’è o chi è questo peccato che abita in me? Chi è o cos’è che si oppone alla nostra volontà di fare del bene? Chi è o cos’è che si oppone alla nostra libertà?
C’è una parola che nell’insegnamento cattolico è sinonimo di tutte le forze del male: Satana. La parola Satana in ebraico significa: nemico, avversario, oppositore, accusatore. E’ da questa energia, entità o essere che deriva l’opposizione interiore che troviamo nel voler fare del bene, l’opposizione che vi è alla nostra libertà. Anche le accuse, i giudizi che noi formuliamo, stando all’etimologia della parola hanno la stessa origine.
Un altro passo verso la libertà sta dunque nel non accusare, nel non giudicare, nel disidentificarci da ogni accusa e giudizio che nascono nella nostra mente, poiché a questo punto ne riconosciamo la provenienza: non vengono da noi. Il lavoro da cui partire in questo aspetto è nel non dare espressione esteriore alla nascita interiore del giudizio, dell’accusa.
Anche altre tradizioni parlano di qualcosa di simile a Satana. Carlos Castaneda, un antropologo che si è immerso in un lignaggio esoterico di tradizione tolteca, nel libro “Il lato attivo dell’Infinito” dice:
Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono qualcosa di trascendentale.
Scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita. Un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita, e noi siamo suoi prigionieri. Se protestiamo, soffoca le nostre proteste. Se tentiamo di agire in modo indipendente, non ce lo permette.
Il predatore ha preso il sopravvento perché siamo il suo cibo, la sua fonte di sostentamento. E’ stato il predatore a instillarci i sistemi di credenze, il concetto di bene e male, le consuetudini sociali. E’ stato lui a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento. Ci ha dato avidità, desiderio smodato e codardia. Ci ha resi abitudinari, centrati nell’ego e inclini all’autocompiacimento.
Facendo leva sul nostro egocentrismo, l’unico aspetto consapevole rimastoci, il predatore crea fiammate di consapevolezza che poi procede spietatamente a consumare. Il predatore ci dà problemi futili per forzare tali fiammate ad emergere, e in questo modo ci fa sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.
Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano Il Volador, quello che vola, perché si muove a balzi nell’aria. Non è un bello spettacolo. E’ un’ombra nera di oscurità impenetrabile, che salta nell’aria.
E poi atterra. (Carlos Castaneda, Il lato attivo dell’Infinito)
Interessantissimo anche quanto afferma Eckhart Tolle, un risvegliato occidentale, sulla base alla sua esperienza diretta di risveglio avuta dopo essere passato attraverso un’enorme sofferenza interiore che lo stava spingendo verso il suicidio:
Il dolore accumulato nel vostro corpo è un campo di energia negativa che occupa il corpo e la mente. Se lo considerate un’entità invisibile a sé stante, vi avvicinate molto alla verità. Si tratta del corpo di dolore emozionale.
Siate in guardia per scoprire eventuali segni di infelicità in voi, sotto qualunque forma: può essere il corpo di dolore che si risveglia. Può assumere la forma di irritazione, impazienza, malinconia, desiderio di offendere, collera, furore, depressione, necessità di avere qualche dramma nei rapporti personali, e così via.
Il corpo di dolore vuole sopravvivere, al pari di ogni altra entità esistente, e può sopravvivere soltanto se vi induce a identificarvi inconsapevolmente con esso. Allora può impadronirsi di voi, diventare voi, e vivere attraverso voi. Deve alimentarsi tramite voi.
Si nutrirà di ogni esperienza che entri in risonanza con il suo stesso tipo di energia, ogni cosa che crei ulteriore dolore sotto qualunque forma: collera, capacità distruttiva, odio, afflizione, dramma emozionale, violenza, perfino malattia. Il dolore può alimentarsi soltanto di dolore, e una volta che il corpo di dolore si è impadronito di voi, necessitate di altro dolore, e diventate vittime, o persecutori.
La sua sopravvivenza dipende dalla vostra identificazione inconsapevole con esso, nonché dalla vostra paura inconsapevole di affrontare il dolore che vive in voi. – (Eckhart Tolle, Il potere di Adesso)
Nelle sue ultime parole possiamo cogliere un’indicazione preziosa verso la liberazione, verso l’uccisione del corpo di dolore emozionale che abita in noi.
Disidentificazione e affrontare il dolore, senza non rifuggirlo.
Vi lascio infine con uno dei più bei video, uno dei video a mio avviso più illuminanti che si trovano in rete, da cui ho tratto anche qualche spunto per questo post.
Nel caso il video venisse rimosso da youtube, qui trovate il sito ufficiale dove potrete trovare sia il video che il testo e scaricarli eventualmente: